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Ferragosto in Turchia. A messa sulla Montagna Nera

14 Αυγούστου 2010

di Sandro Magister

La celebra il patriarca di Costantinopoli, per la prima volta dopo molti anni, in uno storico monastero caduto in rovina, con migliaia di fedeli venuti anche da Grecia e Russia. Ma delle concessioni del governo turco i cristiani diffidano

La notizia l’ha data a fine giugno l’agenzia «Fides» della congregazione vaticana per l’evangelizzazione dei popoli. Il 15 agosto, che per gli ortodossi è la festa della Dormizione della Santa Madre di Dio, il governo turco ha autorizzato la celebrazione di una messa in un luogo simbolo della fede cristiana d’Oriente, tanto della sua fioritura quanto del suo violento sradicamento: il monastero di Sumela o (in greco) della Madonna della Montagna Nera.

La concessione è stata accolta con sorpresa dalla comunità ortodossa, non solo in Turchia, dove i greco-bizantini del patriarcato di Costantinopoli sono ridotti a poche migliaia, ma anche all’estero, specie in Grecia e in Russia.

Resta comunque una concessione limitata a poche ore. La messa potrà essere celebrata una sola volta, all’esterno del monastero, davanti alle sue rovine.

Il monastero di Sumela, infatti, dopo aver resistito per quindici secoli alle tempeste della storia e dopo essere rimasto in vita anche durante il dominio ottomano, è stato svuotato e ridotto in rovina nel 1923, con la cacciata dei greci ortodossi dall’attuale Stato turco.

Da allora non vi si è più potuto celebrare. Il monastero, in piccola parte restaurato, è diventato meta di escursioni turistiche dalla vicina Trebisonda, la città sul Mar Nero nella quale un giovane musulmano, il 5 febbraio 2006, uccise il sacerdote cattolico Andrea Santoro.

Per il 19 agosto, il governo turco ha fatto una concessione analoga agli armeni. Ha autorizzato la celebrazione di una messa nella chiesa della Santa Croce di Akhtamar, su un’isola del lago di Van.

Anch’essa caduta in rovina, questa chiesa è stata restaurata nel 2007. Ma è stata sistemata a museo e finora non vi si è mai potuto celebrare.

Al patriarca armeno che chiedeva di apporre una croce sulla sommità della chiesa restaurata, le autorità turche hanno opposto un rifiuto. La chiesa doveva restare senza croce, senza campane, senza insegne sacre, senza pastori e senza fedeli. Alla cerimonia di fine restauro erano invece in gran mostra i ritratti di Mustafa Kemal Atatürk, il fondatore del moderno Stato turco.

Alle messe di Sumela e Akhtamar del 15 e 19 agosto parteciperanno alcune migliaia di fedeli, molti dei quali provenienti dall’estero: un numero inusitato per la Turchia, culla del primo cristianesimo propagato da Paolo e per secoli terra cristiana fiorentissima, dove però oggi le Chiese – quel pochissimo che ne resta – non hanno nemmeno il riconoscimento giuridico.

Inoltre, lo scorso 5 agosto sono state riaperte al culto due chiese risalenti al IV e al VI secolo, nel villaggio di Yemisli nella regione di Mardin, nell’Anatolia sudorientale. Gli edifici sono stati restaurati da settantadue famiglie della comunità siro-ortodossa, che in Turchia conta circa 5 mila fedeli.

Le concessioni fatte in questo mese d’agosto dal governo di Ankara vengono interpretate come una mossa sullo scacchiere del problematico ingresso della Turchia nell’Unione Europea, impossibile in assenza di standard minimi riguardanti la libertà religiosa.

Ma a queste e ad altre parvenze d’apertura, continua ad accompagnarsi una massiccia e persistente chiusura. Uno dei motivi per cui le autorità turche osteggiano la libertà religiosa è il timore che, aumentando i luoghi di culto, vengano allo scoperto quei numerosi cristiani occulti, musulmani all’anagrafe, che si ritiene vivano nel paese.

Sulle due imminenti celebrazioni, e in particolare sulla storia e il significato simbolico del monastero di Sumela, ecco qui di seguito che cosa ha scritto su «L’Osservatore Romano» del 1 agosto un profondo conoscitore della materia, il francescano Egidio Picucci.

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CELEBRAZIONE NELLA MONTECASSINO D’ORIENTE

di Egidio Picucci

Il mese di agosto sarà ricordato in Turchia per due eccezionali avvenimenti religiosi: il 15, dopo 87 anni, verrà celebrata «la divina Eucaristia» nell’ex monastero di Sumela, nei dintorni di Trabzon, l’antica Trebisonda, abbandonato dai monaci nel 1923; e il 19 ne sarà celebrata un’altra nella chiesa armena della Santa Croce di Akhtamar, edificata su un’isola dello splendido lago di Van, nell’est del paese.

Il governo turco ha concesso l’autorizzazione, accolta con sorpresa e soddisfazione dal patriarcato ecumenico di Costantinopoli, che si sta organizzando perché tutto si svolga tranquillamente, dato che si prevede la presenza di circa 10 mila ortodossi (7 mila a Van) tra greci e russi, con la presenza di alcuni uomini politici di questi due paesi.

La televisione greca trasmetterà in diretta l’intera celebrazione perché, soprattutto i discendenti dei greci che dovettero lasciare il Ponto durante l’occupazione turca, possano almeno vedere i luoghi in cui vissero i loro antenati e conoscere uno dei luoghi più significativi dell’ortodossia orientale.

Sumela è infatti conosciuta come la Montecassino d’Oriente perché per quindici secoli, dal 385 al 1923, è stato il monastero-guida per la salvaguardia della tradizione, dell’arte, della storia, della cultura greca e della religione in tutto il territorio del Ponto, i cui abitanti udirono parlare la propria lingua dagli apostoli a Gerusalemme il giorno di Pentecoste.

Il monastero si trova a 50 km da Trebisonda, tra le gole dell’Altindere (Torrente d’Oro), a 1.200 metri di altitudine, disteso per 40 metri su un lungo sperone roccioso del monte Zigana, a picco sull’abisso.

Stando alla tradizione, sarebbe stata la Vergine stessa a indicare il luogo ai monaci ateniesi Barnaba e Sofronio che, venendo dalla penisola calcidica, adattarono a celle le grotte più piccole della montagna e a chiesa quella più grande, esponendovi l’icona più artistica delle tre venerate a quei tempi in Atene e attribuite a san Luca.

La fama del santuario montano e della santità dei due monaci, morti nel 412 (nello stesso giorno, assicura la tradizione), attirò pellegrini, procurò offerte e soprattutto richiamò altri monaci, divenendo così il maggior centro culturale e di pellegrinaggio di tutto il nordest dell’Asia Minore.

Fra l’umile gente che sfidava la montagna pressoché inaccessibile, si mischiò perfino l’imperatore Giustiniano, di ritorno da una delle sue campagne contro i Persiani, lasciando un’urna d’argento per conservare le reliquie di san Barnaba e il testo dei quattro Vangeli scritto su pelle di gazzella.

Nonostante tutto, la montagna si prestava al brigantaggio che non risparmiò neppure il monastero, depredato e incendiato nel 640, ma ricostruito quattro anni dopo da Cristoforo di Vazelon, un monaco coraggioso che rianimò i confratelli e fortificò la costruzione così ingegnosamente che Atanasio di Trebisonda la riprodusse nell’edificare la Grande Lavra del Monte Athos.

L’esperienza, tuttavia, insegnò ai monaci che per salvarsi dovevano ricorrere a fortificazioni più sicure, di stile militare; per questo fecero del monastero un nido quasi inaccessibile, rendendolo un’oasi di pace in mezzo a un crescente turbinio di guerre e di lotte, consentendogli di raggiungere il massimo splendore al tempo dell’impero dei Conmeni, signori della vicina Trebisonda.

Nel 1350 Alessio III chiese di esservi incoronato imperatore e vi lasciò un «crisobolo», un sigillo d’oro. Con lui il monastero divenne un capolavoro di arte bizantina. Vi fu incoronato anche Manuele III, che lasciò in dono una reliquia della croce, posta nel tesoro; grande reliquia in un grande reliquiario.

L’attività del monastero non fu interrotta neppure dalla conquista turca nel 1461. Anzi, Mehemet II Fatih (il Conquistatore) lo visitò con molto rispetto, lasciandovi un «firmano», un decreto imperiale con il quale assicurava ai monaci la proprietà delle terre circostanti. Alta stima ne ebbe anche Selim I, che vi si rifugiò durante una battuta di caccia e più tardi vi mandò cinque grosse candele a spirale, alte quanto la sua persona con gemme e scritte d’oro. Vi tornò alla vigilia della guerra contro Ismail di Tabriz e una terza volta dopo la vittoria per consegnare due candelabri d’oro massiccio sottratti al nemico.

Doni e privilegi vennero anche da altri sultani e da vari patriarchi, segno d’una devozione che metteva la «Panàgia tu Mèlas», la Madonna della Montagna Nera (il nome Sumela pare derivi proprio da una storpiatura di «tu Mèlas») al di sopra dello stesso santuario di Santa Sofia di Trebisonda, gloria della città adagiata sulla sponda del Mar Nero.

La vita di Sumela sembrava intramontabile: fede, arte, tecnica – si dice che un sistema ingegnoso di comunicazioni consentisse di trasmettere e ricevere notizie tra il monastero e Trebisonda in soli dieci minuti – e cultura ne avevano fatto l’anima del Ponto, un punto cardinale dello spirito per i pellegrini, gli studiosi e gli artisti; i monaci l’avevano trasformato in un balcone pieno di cielo e non in una sosta nel paesaggio. Le sue porte rossicce parevano tinte del sangue che salva dalla morte.

Ma nell’inverno tra 1915 e il 1916 il sogno si infranse per la prima volta in quindici secoli: la guerra costrinse i monaci a lasciare montagna e monastero. Vi tornarono dopo l’occupazione russa e di nuovo all’indomani dell’armistizio del 1918. Fu una parentesi di cinque anni, perché la guerra greco-turca del 1923 li allontanò per sempre, mentre mani ignote tentarono di cancellare Sumela con il fuoco.

La memoria del monastero sopravvive al tempo grazie a studiosi europei che hanno frugato tra le rovine, riportando alla luce resti di affreschi di sorprendente freschezza e di intensa spiritualità. Il monaco Ambrosios mise in salvo le reliquie più preziose murate nella chiesa di Santa Barbara: l’icona della Vergine fu portata nel monastero di Dovràs, nei pressi di Veroia, in Grecia, e il manoscritto dei Vangeli nel museo bizantino di Atene.

Non sono pochi, oggi, gli appassionati che affrontano la montagna per visitare i ruderi dell’antico cimelio tra il verde, così sorprendentemente attaccato alla montagna che sembra sospeso tra cielo e terra. Anche se i resti di alcune pesanti finestre sembrano le palpebre della morte, dietro di loro palpitano ricordi di vita. La biblioteca, i residui della chiesa dell’Assunzione, il refettorio, le 72 celle dei monaci distribuite su quattro piani, il posto di avvistamento al quinto piano fremono di ricordi e sono un autentico terrazzo sull’infinito, cullato dalle acque dell’Altindere che serpeggia tra forre rocciose.

Guidati dal patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I, gli ortodossi vivranno dunque a Meryemana Monastiri, l’attuale nome turco di Sumela, momenti di profonda commozione, fieri che così antiche vestigia di fede abbiano resistito alla furia del tempo e degli uomini.

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1344422